Nelle spire del serpente – Serpenti di Daniel Krupa

Nelle spire del serpente – Serpenti di Daniel Krupa
The Nerd Experience

Daniel Krupa Serpenti

Autore: Daniel Krupa (traduzione di Vincenzo Barca)
Editore: Caravan Edizioni
Prezzo di Copertina: 9,50 €
Anno di Pubblicazione: 2014
Pagine: 112

 

Serpenti, di Daniel Krupa, un romanzo dal ritmo incalzante e morboso che molto attinge dai  rituali iniziatici.

 Un libretto squadrato che incuriosisce sin da subito, permeato da un’atmosfera caustica – almeno quanto caustico è lo stile del Krupa – e allucinatoria, inframmezzata dall’assillo dell’ossessione.
Un’anima atavica che il lettore non si stancherà di vaticinare.

L’Iniziazione è uno degli istituti peculiari del regime del clan. Il rito si celebrava al sopraggiungere della pubertà. Con esso il giovinetto veniva introdotto nella comunità della tribù, ne diveniva membro effettivo e acquistava il diritto di contrarre matrimonio. (…) Si riteneva che durante il rito il fanciullo morisse e quindi risuscitasse come un uomo nuovo. È questa la cosiddetta morte temporanea. La morte e la risurrezione erano provocate da atti raffiguranti l’inghiottimento e il divoramento del fanciullo a opera di animali favolosi. Si immaginava che egli venisse inghiottito da questo animale e, dopo aver trascorso qualche tempo nello stomaco del mostro, ritornasse alla luce, vale a dire fosse sputato fuori o vomitato. Per la celebrazione di tale rito si costruivano talvolta apposite case o capanne aventi la forma di un animale. Il rito si celebrava sempre nel folto della foresta o della boscaglia ed era accompagnato da torture fisiche e da mutilazioni: amputazione d’un dito, rottura di denti, ecc…

(Vladimir Propp, Le radici storiche dei racconti di fate)

L’atmosfera malsana dello zoo di La Plata  – in cui la natura ristagna, decadente e disinteressata – come la madeline di proustiano ingegno riporta Fanta al viaggio a Misiones. La sua ossessione per i serpenti, per l’efficiente fatalità dei loro veleni, si fa assillo già dall’incipit in medias res: Fanta, Polonio e Seco vengono  condotti, da un tassista deliquescente, all’estancia che, acquattata, li attende nella foresta.

il paesaggio si fa progressivamente più selvatico, inconscio se si pensa alla significanza che, nell’interpretazione della fiaba e dei suoi luoghi caratteristici, Marie-Louise Von Franz diede alle selve: mondo dell’abissale per antonomasia – un bosco è una regione in cui la visibilità è limitata, dove si può perdere la strada e possono manifestarsi animali selvaggi e pericoli inattesi.

Daniel Krupa – L’autore

Ma la foresta fiabesca è, soprattutto, la barriera che trattiene l’eroe: un’impenetrabile rete che imprigiona i nuovi arrivati e (assodato il legame tra fòla e rito iniziatico) ciò non sorprende: la maturazione del giovane doveva avvenire in tutta segretezza – così sarà per i tre adolescenti – e predisporne la catabasi.

Dopo una tribale, arcaica, irrazionale, partitella di pallone in cui Fanta riporta una archetipica ferita all’alluce – richiamo a una mutilazione iniziatica che, nel caso del ragazzino, rimarrà incompiuta a simboleggiarne il passaggio fallito dall’adolescenza all’età adulta – e una serie di escursioni stordite in cui i ragazzi si procacciano un crocchio di funghi allucinogeni, il romanzo si fa allucinatorio nel preciso momento in cui il rito vero e proprio ha inizio. 

Fanta perde la nozione spazio-temporale. Quando riprenderà coscienza non sarà più in grado di ricordare con precisione ciò che è sul punto di vivere ora.

L’estancia assume le sembianze della capannuccia rituale, l’edificio in cui l’eroe deve essere inghiottito  che ha già perso le sue connotazioni belluine ma non quelle di andito che conduce all’altro mondo. La zuppa straniante, preparata da Polonio, diviene il pasto speciale dell’eroe e il tassista usurpa il ruolo traghettatorio che, nel rito e poi nella fiaba, è solitamente detenuto dalla figura parentale maschile.

L’ultima figura canonica è quella della sorellina che Krupa, riproponendone la funzione reale –  quella dell’oggetto di piacere – incarna nella prostituta arrembata nell’unico Night Club di Apòstoles, il Macondo – un elemento dissacrante che richiama il paese fantastico di Cent’anni di Solitudine che ben si sposa con l’atmosfera truce del romanzo.

La conclusione, apparentemente criptica, sottolinea il fallimento del processo maturativo di Fanta: se, in fiabistica, l’eroe di ritorno dall’isolamento impara il linguaggio degli animali o, persino, a zoomorfizzarsi, Fanta, scampato – dopo il risanarsi delle sue ferite – all’estancia trogloditica – è ancora preda della sua erpetofobia: il lettore, assecondando l’impulso di tornare all’incipit, lo ritrova ansante e disorientato, rigurgitato dalle spire del serpentario.

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