Gatta Ceneretola – Una ballata folk

Gatta Ceneretola – Una ballata folk
The Nerd Experience

Parlare di Gatta Cenerentola, l’ultimo film d’animazione dello studio Mad Entertainment diretto da Alessandro Rak (già autore di L’arte della felicità) senza dedicare il giusto spazio alla qualità indiscussa di un lavoro costato tre anni di fatica, portato avanti con un budget produttivo esiguo (soprattutto se paragonato a quelli stanziati da colossi del settore come Pixar) che offre allo spettatore una rilettura originale e riuscita della fiaba di Giambattista Basile firmando, allo stesso tempo, una lettera d’amore a Napoli – forse mai così poco mostrata sullo schermo e, allo stesso tempo, così intrinsecamente legata al DNA della “pellicola” – sarebbe un’ingiustizia manifesta.

Quindi, bene chiarirlo subito: Gatta Cenerentola è un film riuscito, ricco di un immaginario potente che mescola suggestioni da fantascienza retrofuturista  (Welcome to (proto)Rapture!) a personaggi che si muovono come i protagonisti di una tragedia greca in un canovaccio che però non stonerebbe se riproposto in un episodio di Gomorra, con un linguaggio fiabesco incredibilmente conservato pur in un contesto così diverso dal canone.

Nonostante qualche piccola sbavatura – come per esempio il finale eccessivamente rapido e tranchant nella sua esecuzione – l’ultimo rampollo Mad è un prodotto di genio cristallino, nato in un paese che all’animazione non è certo abituato a dare del tu – o, comunque, non a simili livelli.

Descrivere però i diversi motivi di merito di Gatta Cenerentola non è per me cosa semplice dato che durante la visione sono stato, per così dire, rapito da un aspetto in particolare: la colonna sonora.
Per questo, forse, sarebbe più corretto descriverlo come un “sequestro sonoro”.

Quello della colonna sonora non è mai un ruolo secondario, a prescindere dalla tipologia di film presa in esame, ma sono rari i casi (come questo) in cui ci si può sentire autorizzati a considerarla un vero e proprio protagonista invisibile: Antonio Fresa e Luigi Scialdone, insieme ad altri artisti come i Guappecartò, Daniele Sepe, i Foja o Ilaria Graziano, hanno raccolto canzoni, suoni e vibrazioni indissolubilmente legati alla cultura partenopea, per rimasticarli, interiorizzarli, e restituirli in una veste inedita, personale, dotata di un proprio specifico carattere.

Dovete essere all’altezza di essere napoletani!

La magia di questa jam miracolosa successa in sala di registrazione si è palesata quando chiudendo gli occhi, restando seduto lì sulla poltroncina nella sala buia, sono riuscito ad ascoltare una storia. Un storia narrata ora con la voce colma di lacrime della Graziano, ora scandita dalle corde imbizzarrite dei Guappecartò (Luna di giorno è, di per sé, un piccolo capolavoro), ora emotivamente impreziosita da quel gioiello folk che è l’Erba cattiva di Enzo Gragnaniello; una storia che mi racconta Napoli, che suona come le onde del mare quando si infrangono sulla costa su cui sono trasportate le voci di uomini randagi, nei vicoli. Brani simili a fantasmi olografici come quelli che infestano la nave dove si svolge il film; eredità di un passato vivo, virtualmente ancora presente, che raggiungono tanto i personaggi quanto gli spettatori ricordando storie, sentimenti, ardori, aspirazioni e trionfali fallimenti.

A ben guardare (o sentire: insomma fate voi, io sono perso ormai ) gli intenti del film di Rak coincidono con quelli della colonna sonora: entrambi infatti si propongono di consegnare alla contemporaneità una vicenda antica; riaccendere una fiaba, una storia folk, animandola con una dialettica nuova, presente, scortandola lungo sentieri non battuti. Mostrare come ogni rilettura sia, in realtà, una nuova lettura.

Non sono ancora riuscito a capire come l’abbiano fatto; di sicuro all’uscita del cinema, se ci fossi riuscito, avrei camminato verso casa fischiettando.

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